Aura Conte - Chick Lit & Suspense

ESTRATTO: Dicembre in love

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“Dicembre in love”
di Ruby J. Hart/Aura Conte

Genere: Romanzo rosa natalizio
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RJH è uno pseudonimo di Aura Conte.

© Copyright 2017 Aura Conte – Tutti i diritti riservati.

****************

CAPITOLO 1

***

Dio mio, no! No, no, no!

Questo è un incubo, non può darmi lo stesso errore di prima!

Mancano otto minuti alla presentazione e sono ancora chiusa nel mio ufficio. Il progetto che devo presentare non si carica sul pennino. Fino a pochi minuti fa sembrava che andasse tutto bene, ora invece il computer appare posseduto. È la terza volta che provo a passare questo cavolo di file!

«Funziona, maledetto!» strillo, picchiando con la mano la tastiera del PC.

Se mio padre non avesse avuto la splendida idea di far aggiornare il sistema a tutti i computer della compagnia, tutto ciò non sarebbe mai accaduto. Inoltre, sono due settimane che non riesco a dormire, tra il progetto da presentare e i lavori di ristrutturazione dei miei nuovi vicini nelle ore più impensabili. Ancora non li ho incontrati ma già li odio, stanno costruendo la muraglia cinese!

«Mel, tutto bene? La riunione inizia fra cinque minuti, non tardare» mi raccomanda mio fratello, apparendo sulla soglia della porta.

Come se volessi farlo! So quanto noi figli del capo siamo messi sotto pressione, tutto il team ci etichetta come raccomandati… quindi, ogni volta, dobbiamo dimostrare quanto non sia vero.

Scruto mio fratello dalla testa ai piedi, è preoccupato quanto me.

A trentasei anni suonati, Jimmy sembra ancora un ventenne, anche se in questo momento ha la barba incolta ed è teso come la corda di un violino. Oggi ci giochiamo la reputazione, c’è in ballo un appalto per la costruzione di un centro commerciale. Se solo il mio computer lo capisse!

«Non riesco a passare gli interni dell’ala est sul pennino. Sto dando di matto da mezz’ora!» sbraito, isterica.

«Spostati!» dice, avanzando verso la macchina infernale.

Jimmy digita sulla tastiera velocemente e allo stesso tempo, impreca. All’improvviso, un messaggio arriva al mio cellulare.

Ci guardiamo in faccia, sappiamo benissimo chi è. Questo è papà, siamo in ritardo di almeno dieci minuti, fra poco rischiamo di essere sgridati come quando da bambini combinavamo qualcosa di diabolico. Perché se c’è qualcosa che accomuna i Nicholson, è proprio il temperamento nei primi anni di vita. Inarrestabile, da riformatorio… o esorcismo.

«Va’, qui ci penso io. Prendi tempo, ce la possiamo fare!» afferma Jimmy.

Prendo la carpetta con la documentazione e corro in sala riunioni, pregando che mio fratello ce la faccia.

Cercando di non disturbare, mi avvicino al mio posto ma appena seduta, lo sguardo severo di mio padre si posa su di me. Il team non ha fatto caso al mio ritardo, ma lui sì.

«Tranquilla, la riunione è iniziata un minuto fa. Dov’è Jimmy?» mi domanda Tiffany, l’assistente di mio padre e una tra le mie migliori amiche.

«C’è un problema con il file…» le sussurro all’orecchio.

Tiffany mi fissa sconvolta, poi sposta lo sguardo sull’appaltatore seduto vicino a mio padre e al responsabile inviato dal municipio.

Sì, siamo nella merda.

«Mel, tocca a te» afferma mio padre.

Mi alzo dalla mia poltroncina, pensando a quale scusa inventare. Deve essere credibile, impossibile da obiettare.

«Buongiorno a tutti, scusate il ritardo. Una piccola emergenza scolastica, mio figlio Jack» saluta e spiega mio fratello, entrando in sala riunioni all’improvviso.

Grazie a Dio! Appena in tempo.

Jimmy si avvicina e senza farsi beccare, mi porge in mano il pennino che ho maledetto fino a pochi minuti fa.

Stringo l’oggetto in mano e mi avvio verso il computer.

Jimmy sarà riuscito a risolvere il problema?

Spero proprio di sì.

Nostro padre ci sta guardando in cagnesco, ha capito che ne abbiamo combinata una delle nostre.

Inserisco il pennino nello slot USB e prego, perché non mi è rimasto altro da fare.

Intanto che sullo schermo la rotellina inizia a girare, guardo fuori dalla finestra per distrarmi. È il primo giorno di Dicembre, fuori sta nevicando. Tra poche ore, Cleveland sarà innevata, in tempo per la pausa pranzo.

Appena la musica della presentazione parte in sottofondo, a malapena trattengo la mia felicità. Jimmy mi fa subito l’occhiolino, accomodandosi al suo posto.

Cercando di mitigare il mio entusiasmo ritrovato, faccio un lungo respiro e illustro il progetto.

Il centro commerciale che abbiamo intenzione di costruire è a basso impatto ambientale e alimentato con pannelli solari. Sia l’appaltatore che il responsabile municipale sembrano interessati.

Pochi minuti dopo aver concluso la presentazione, noi del team ci alziamo e lasciamo la sala riunioni.

Siamo tutti in tensione ma ormai, o la va o la spacca. Ora tutto è nelle mani di mio padre… con il quale noi figli dovremmo vedercela a fine giornata. Perché lui ci sgriderà, ne sono certa. Mi domando soltanto su chi di noi due sarà sfogata l’ira funesta di Finn Nicholson.

La risposta alla mia domanda non tarda ad arrivare, infatti, alle cinque del pomeriggio, un sorridente ma provato Jimmy entra nel mio ufficio.

«Ha battuto il suo record, diciotto minuti di rimproveri» m’informa mio fratello, avvicinandosi alla mia scrivania.

«Oddio!»

«Ha capito che la storia di Jack fosse una balla, ma non gli ho detto la verità. Era infuriato come quella volta che abbiamo rotto il cavo della TV, prima della finale del Super Bowl.»

«Ne avrà anche per me?» domando preoccupata.

«Non penso. Ora è di buon umore, il che vuol dire soltanto una cosa… abbiamo vinto l’appalto!»

«Ce l’abbiamo fatta! Sì!» strillo, abbracciando mio fratello. «Dio mio, Jimmy ti meriti una statua!»

«Tranquilla, sorellina. Saprai sdebitarti… presto, molto presto!» scherza, facendomi l’occhiolino.

Il progetto chiuso il primo giorno di Dicembre vuol dire soltanto una cosa, ferie anticipate.

Non ne vedo l’ora!

***

Tre giorni dopo la riunione e la notizia ufficiale della vincita dell’appalto, sono ferma a fissare il soffitto e imprecare.

Sono le sette del mattino ed è sabato, si può sapere che cosa diavolo devono sistemare i nuovi vicini a quest’ora? Quale operaio si presenta all’alba?

Malvolentieri, mi alzo dal letto indossando la mia vestaglia di lana. La casa è calda ma sto congelando.

Lo stress accumulato mi avrà mica fatto venire la febbre? Tutta colpa dei vicini! Senza di loro, nelle ultime settimane avrei lavorato e dormito meglio!

Non so chi siano, ancora non li ho incontrati. Tuttavia, per tutte le ristrutturazioni che stanno facendo e per il baccano che proviene dall’abitazione sopra la mia testa, devono essere almeno sei persone.

Inaspettatamente, il citofono suona all’improvviso, impedendomi di proseguire verso la cucina. Mi guardo subito intorno. Chi caspita può essere a quest’ora?

«Chi è?» domando, cliccando sul pulsante.

«Zia, puoi scendere un secondo?» domanda mia nipote, Nelly.

Ha dodici anni, che cosa ci fa qui? Deve essere accaduto qualcosa, cavolo!

In fretta e furia, scendo le scale, apro il portone del mio palazzo e mi ritrovo quattro faccette sperdute circondate dalla neve.

I miei nipoti sono tutti qui. Nelly, i gemelli Jack e Sarah di sette anni e Bobby (Roberta) di due, con la manina stretta a quella di suo fratello.

Che cosa diavolo sta succedendo?

«Siete scappati di casa?» domando, non c’è altra possibilità.

So che da mesi mio fratello e sua moglie stanno avendo alcune divergenze, spesso litigano e più volte, i bambini hanno assistito ai loro battibecchi.

Purtroppo, tutto ciò capita anche nelle migliori famiglie, specialmente quando ti sposi troppo giovane e pensi che sfornare figli possa salvare il tuo matrimonio.

Di sicuro, i ragazzi non ce l’hanno fatta più.

«Papà ha detto di darti questo» dice Nelly, porgendomi un biglietto.

Apro il foglio con curiosità. Dall’espressione di mia nipote, lei sa cosa c’è scritto e non è sicura che tale rivelazione mi piacerà.

“Ci vediamo il quattro Gennaio.”

«Ma che caz… cavolo vuole dire?» chiedo, poi osservo meglio i miei nipoti.

Sorpresa di vederli a quest’ora del mattino, non mi sono resa conto dei sei trolley al loro fianco.

«Mamma e papà sono partiti per Aruba. Ci hanno detto che avresti capito e che se ti fossi infuriata, di ricordarti del pennino e del nonno. Che cosa vuol dire, zia Mel? Che c’entra nonno Finn?» chiede mio nipote Jack, inclinando la testa.

“Jimmy, sei un maledetto bastardo!” urlo nella mia mente.

«Prendete le vostre valigie ed entrate dentro, su!» ordino, cercando di trattenere l’ira.

Questa è la buona volta che lo uccido!

«Zia Mel vuole strozzare papà…» Sarah bisbiglia a Jack, trascinando la sua valigia.

Oh, non ha idea di quanto sia vero!

*****************************

CAPITOLO 2

***

4 Dicembre. Voglio uccidere mio fratello.

Ho diverse idee su come farlo, potrei: strozzarlo, avvelenarlo, darlo in pasto agli squali dell’Atlantico o affogarlo nell’Erie.

Però, prima voglio inseguirlo tra i corridoi del nostro ufficio come Jack Nicholson in The Shining. Già. Jack Nicholson… come mio nipote, lo stesso che ho davanti in questo momento.

Lo studio bene in volto, il bambino ha in mente qualche idea malsana.

«Zia, possiamo prenderlo?» mi domanda, tenendo tra le braccia un tacchino più grande di lui.

Siamo al supermercato, i bambini sono con me da meno di 24 ore e già hanno divorato tutto ciò che avevo in frigo, comprese le mie scorte di cibo spazzatura. Voglio bene ai miei nipoti ma questi non sono ragazzini normali, bensì quattro T-Rex.

«Che cosa vuoi farci con quello?» chiedo a Jack.

Anziché rispondermi con “voglio cucinarlo”, sul suo viso appare uno strano sorriso malizioso. Sembra il Grinch.

Lo conosco bene, è uguale a quello di suo padre da bambino. Prendo subito il tacchino dalle mani di Jack e lo rimetto al suo posto.

All’improvviso un urlo proviene poco distante da noi. Non mi fermo a supporre che cosa stia accadendo, so che c’entrano le piccole Nicholson. Infatti, appena le raggiungiamo, una nipote sta piangendo e due stanno litigando, strillando come matte.

«Lascialo!» sbraita Nelly, tirando un pupazzo con attaccati dei cioccolatini verso di sé.

«No, è mio!» risponde Sarah.

«L’ho visto prima io!» continua Nelly.

Intanto, Bobby piange seduta nel carrello della spesa. Le ultime ore sono state un litigio continuo, ho la testa che mi scoppia, vorrei piangere anche io.

Senza dimenticare che oggi i miei vicini non hanno smesso di martellare un secondo.

«Ragazze!» strillo, prendendo Bobby in braccio per calmarla. Non posso allontanarmi neanche per prendere la carne a uno scaffale di distanza.

«Zia Mel, dille di lasciarlo andare!» mi ordina Sarah.

Prendo il pupazzo e lo metto nel carrello, guardando entrambe le mie nipoti con sguardo omicida. Entrambe si zittiscono all’istante.

Ho già abbastanza mal di testa, vedrò d’inventarmi qualche cosa appena arriveremo a casa e avrò iniettato nelle mie vene almeno tre dosi di antidolorifico.

«Io lo ammazzo!» mi lamento sottovoce, mettendo a sedere la piccola nel carrello. Mio fratello è un uomo morto!

«Chi, zia Mel?» domanda Bobby, asciugandosi le lacrime.

Sarah scoppia a ridere.

«Nessuno, piccolina…» rispondo, facendo cenno a Sarah di andare verso la cassa, senza fiatare.

Sì, voglio uccidere il loro padre e mia nipote di sette anni l’ha capito benissimo. Cavolo, è peggio di me da bambina, impicciona e testa dura.

***

«Zia! Non t’interessavano le ultime puntate di Game of thrones, vero?» Jack mi chiede, urlando dal salotto.

Finalmente dopo aver nutrito i T-Rex, sono riuscita a fare un bagno caldo. Quasi non ci credo. Sembra un miracolo di Natale: candele, un bicchiere di vino e relax. Un sogno.

Infatti, ci metto qualche istante prima di realizzare che cosa stia accadendo in fondo al corridoio… nella realtà.

Oh, no… le mie puntate!

Dopo essermi infilata l’accappatoio, corro veloce in salotto e trovo le ragazze sedute sul divano. Stanno scuotendo la testa intanto che, in piedi davanti a loro, Jack preme i tasti del telecomando della TV.

«I maschi sono tutti così?» sento domandare Sarah, man mano che mi avvicino.

«Sì, anche peggio» risponde Nelly.

«Allora voglio rimanere zitella come zia Mel» continua Sarah con fare drammatico.

«Anche io!» aggiunge Bobby.

«No, tu no! Sei piccola!» sbraita Sarah e Bobby inizia a singhiozzare.

Oddio, non di nuovo!

In un istante scoppia il pandemonio, Bobby inizia a piangere a squarciagola e dalle casse del televisore proviene un suono che odio.

Sposto l’attenzione sullo schermo e vedo tutte le puntate che avevo meticolosamente salvato, cancellarsi con un click.

Prendo dalle mani di Jack il telecomando in fretta e furia, la piccola strilla dietro le mie spalle. Il bambino si lamenta e prova a togliermi l’oggetto dalle mani per risolvere il problema.

Sarah e Nelly litigano tra di loro. Però, tutto cessa, quando dal piano superiore una voce sconosciuta inizia a urlare… o meglio, a gemere.

«Oh, cavolo!» si lascia scappare Nelly, trattenendo una risata.

All’improvviso, un altro urlo si aggiunge. Una donna sta ansimando ad alta voce e i bambini stanno ascoltando tutto a bocca aperta.

«Sì, sì… scopami forte, Steve» strilla la donna.

I miei nipoti fissano il soffitto in estasi, come se avessero appena scoperto la formula della Coca Cola.

«Ti piace, vero? Senti quanto è duro…» un uomo urla e la donna geme ancora più forte.

Io non so che fare, sono pietrificata.

«Zia, che cosa ha il signore di duro? Un giocattolo? Posso giocarci anche io?» mi domanda Bobby.

Jack sposta subito lo sguardo su di me, eccitato.

«Bello!» afferma mio nipote.

«Oddio!» dico, ritornando in me. «Falli stare fermi!» ordino a Nelly e per come mi trovo, raggiungo la porta di casa.

Sono le otto di sera, sono stanca, infuriata e non ho alcuna intenzione di subire anche questo!

Incazzata, raggiungo il piano superiore.

Ora mi sentono!

Non ce la faccio più, sono arrivata al limite. Nelle ultime settimane, sono passata sopra i continui lavori di ristrutturazione dei miei vicini, ma non posso accettare le urla da film porno con i miei nipoti in casa.

Appena giunta al piano superiore, busso più volte alla porta dei miei pornovicini.

Non ho bisogno di avvicinare l’orecchio per sapere se siano in casa, li sento benissimo. Stanno ancora facendo sesso e urlando come due dannati.

Penso ai miei nipoti che stanno ascoltando ogni singola porcata detta da loro e busso più forte.

Improvvisamente, le urla cessano e dopo pochi attimi, la porta viene aperta con lentezza.

La prima cosa che noto sono delle gambe pelose. Man mano che il mio sguardo si sposta, mi sento avvampare. Appena raggiunto il bacino, rimango senza parole. C’è un pene eretto che punta verso di me.

Scuoto la testa incredula e dopo aver fissato per qualche secondo degli addominali ben scolpiti, alzo la testa e fisso l’uomo con aria compiaciuta di fronte a me.

«Ciao, posso esserti utile?» mi domanda, appoggiando una mano sull’uscio della porta.

È nudo, completamente… e soprattutto, è sfrontato ed eccitato. Sono senza parole, non so che cosa dire.

Chiudo la bocca e scuoto nuovamente la testa, chi diavolo è questo tizio?

Dov’è la famigliola di sei persone che avevo immaginato? Perché davanti a me c’è un trentenne alto, palestrato e con gli occhi azzurri e non un padre di famiglia con la pancia e i baffoni?

«Tu!» sbraito, puntando il dito verso il suo torace.

«Io? Steve Moore, piacere di conoscerti. Tu come ti chiami?»

«Sono Melanie Nicholson, la tua vicina!»

Per qualche istante, l’uomo davanti a me non risponde e mi scruta da testa ai piedi.

«Ciao, Melanie. Sei qui per partecipare?» aggiunge, sfoderando un sorriso ammiccante.

«Ovviamente, no! Drogato di sesso, esibizionista e nudista!» rispondo, strillando. Poi chiudo meglio l’accappatoio che ho indosso. Cazzo, sotto sono nuda anche io. «Smettetela di urlare!»

«Okay…» replica, sempre più divertito.

Mi viene voglia di prenderlo a schiaffi, che faccia tosta!

«Non sto scherzando!» strillo e subito dopo, vado via.

Ma chi diavolo si crede di essere il mio vicino, la reincarnazione di Casanova?

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